La collezione Yiwu Commodity City del fotografo inglese Richard John Seymour, la parzialità del nostro immaginario sulla Cina e gli intenti del Dong Film Fest

Guardando le immagini di Richard John Seymour scattate alla Commodity City di Yiwu, una città della provincia di Zhejiang a sud di Shanghai, che ospita il mercato di commercio all’ingrosso più grande al mondo, si resta disorientati e affascinati, viene da stringere gli occhi, per verificare la messa a fuoco dei soggetti, sempre che si trovino dei soggetti umani tra le centinaia di merci che affollano i quadri. Yiwu Commodity City ipnotizza il nostro sguardo con colori saturi e sfavillanti, incuriosisce per la stranezza degli oggetti esposti e per l’estemporaneità del momento colto, ma soprattutto trasmette un immediato senso di alienazione e di spaesamento. Sotto quelle luci al neon, che incombono al vertice di ogni scatto come una sorta di aureola incandescente su piccoli santuari del commercio, il tempo scorre senza posa e senza riferimenti. A Yiwu la vita si deve far spazio tra le merci, secondaria e precaria, schiacciata, minuscola.

La collezione di Seymour conta qualche centinaio di scatti, ma coglie solo lo 0,1% degli stand di Commodity City. Un labirinto geometrico in cui gli esercizi commerciali sembrano moltiplicarsi per osmosi con l’aggiunta di un divisorio, l’occupazione di un interstizio tra due nicchie o il subaffitto di qualche scaffale. Un tetris di negozi che cresce fuori controllo come se fosse fatto di cellule cancerogene maligne. Un pattern che si ripete fino allo sfinimento, simbolo della deviazione verso il capitalismo più sfrenato dell’economia globale.

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All’altro capo del paese, nella provincia del Liaoning, sorge Dalian, città freddissima che si affaccia sul mar Giallo, terzo porto per importanza di tutta la Cina e Zona Economica Speciale fiorente. Anche qui la vita muove attraverso un susseguirsi di insegne, luna park, bancarelle e centri commerciali che si sviluppano per diversi piani sopra e sotto il suolo metropolitano. Un panorama abbagliante in cui sentirsi aggrediti dall’offerta e soffrire la mancanza di luoghi senza pretese, lì solo per esserci, a disposizione, come un parco o un quartiere residenziale. Ma basta passeggiare vicino a un università o passare del tempo in un internet café, osservare e muoversi a piedi lungo itinerari meno battuti, per scoprire una tessuto culturale vibrante e mutevole, intreccio di concerti, proiezioni, esposizioni e performance. Per scoprire la Cina che non pensiamo esista, dove non manca una scena cinematografica indipendente in fermento ed espansione. Accade lo stesso a Pechino, Shanghai, e in molti altri capoluoghi dai nomi a noi meno familiari.

I giovani cineasti cinesi sono animati da volontà autoriale e desiderio di sperimentazione, sono slegati dall’industria di Hong Kong o dalle major continentali e raccontano quello che tecnici, media e guide turistiche non dicono. Il Dong Film Fest parte da loro. Il regista è un osservatore immerso nella realtà, capace di leggere il presente mutevole del proprio paese e di tradurlo in immagini. E proprio perché questo processo avviene dall’interno, perché l’autore vive il cambiamento nel momento stesso in cui avviene, il cinema può diventare un tramite tra noi e la Cina di oggi. Attraverso i film, il Dong Film Fest vuole portare lo spettatore dove non è mai stato. Lontano dalle metropoli e dai monumenti simbolo, nelle campagne e nelle regioni di frontiera, nei piccoli centri e nelle scuole, lì dove le contraddizioni sono più forti e gli scenari più intimi, dove può davvero guardare in faccia il volto quotidiano di questo paese in divenire.

Vuole attraversare la provincia dello Xinjiang fino a raggiungere la vecchia via della seta, lungo i binari dei treni merce o a bordo di camion desueti e arrugginiti, vuole raccontare le emozioni di una ragazzina adolescente che cerca di sottrarsi all’immobilismo della propria cittadina di provincia, maschilista e fondata su un sistema di governo approssimativo e clientelare, vuole sondare le aspirazioni dei giovani universitari e i timori genitoriali. Il Dong Film Fest vuole far vedere quello che c’è fuori dalla Commodity City di Yiwu, che per quanto sia reale e non l’incubo di una commessa appisolata sul luogo di lavoro, ci restituisce un’idea parziale della Cina contemporanea.

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Basta con l’immagine dei cinesi come popolo manovrato dalle spinte della globalizzazione, privo di slancio emotivo, omologato o devoto al lavoro fino all’esasperazione. Le nuove generazioni sono alla ricerca di un’identità moderna, della formula per combinare il retaggio di una cultura millenaria, le linee guida di un governo capitalista e monopartitico, e un senso d’esotismo all’inverso rivolto al mondo occidentale. Se non ci poniamo delle domande, non avremo mai un’opinione, un terreno di confronto, una visione globale della nostra epoca.

Così, tanto per cominciare, il Dong Film Fest vuole accompagnare il pubblico in quel luogo sconosciuto che è la Cina.

Zelia Zbogar

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